Lo avevo cercato, gli avevo parlato di Vanvitel.li prima ancora che nascesse, lo avevo incontrato settimane fa davanti a una busta piena di piantine di basilico che un amico gli aveva regalato. Uno dei ricordi più vividi di Raffaele Cutillo che ho – lui di certo non ne ha più traccia – è completamente mio personale ma indicativo, di quando ormai un decennio fa davanti al banco della bouvette del Teatro Comunale, mentre gli parlavo della prossima iscrizione di mia figlia ad Architettura, mi confessò di non aver mai saputo disegnare prima di diventare, lui, architetto.
Ma Raffaele non è mica solo un architetto. Vado alla rinfusa solo con poche cose, facendogli torto: la sua OfCA è stata unica, si dimise dai Ds con un sms, “disegna” imperdibili post Facebook che ti lasciano a bocca aperta per come sono intrisi di una lingua che è solo sua. E ha uno sguardo sulle cose che non ha nessuno.
Raffaele con le sue parole pianta noccioli che si spera possano fruttare anche prima dei 15/20 anni. E, secondo me, costruisce cultura decidendo chi e cosa ignorare o guardare.
Perciò queste sue parole qui, che mi ha mandato con una foto ieri mattina intorno alle 6. Spero che siano solo le prime.
Pensavo con rammarico che non abbiamo un luogo accogliente, che so, una piazza delle erbe o analoghe ma solo stradoni e sguallariati slarghi borbonici o crocicchi passanti come quello davanti al duomo. Dovrei salire forse alla cattedrale di Casertavecchia ma è troppo lontana e anche lì schiattata di auto come qui a Casagiove, annanz a sta canna fumaria e mmerd.
Stamattina ho cambiato location.
Intanto, non è che bisogna per forza avere avuto in eredità luoghi medioevali o rinascimentali come per i tanti borghi italiani, il luogo accogliente a quello stesso modo si può anche costruire ex novo.
La cultura spaziale sette ottocentesca borbonica avvezza alla dilatazione areale in senso lato, che ci ha negato la intimità dei luoghi e fondata sulle assalità e sulla carrabilità. A questo aggiungi la pessima, poi, iterazione di quel principio nel tempo contemporaneo e ci ritroviamo la chiavicumma dei nostri spazi. Piazza Vanvitelli ne è la apoteosi, li dove le alberature, non stando dentro come bosco, disegnano la linea perimetratale stradale, negando di fatto la fruizione interiore della piazza che diventa un vuoto introverso insopportabile.
(Angelo Vitale, finalmente con Raffaele Cutillo)