Quanto vale il garbo di un imprenditore qui a Caserta? Quanto valgono la cordialità e la disponibilità del sindaco Carlo Marino, di un suo dirigente e di un suo funzionario finiti agli arresti nell’ultimo scandalo che ha colpito il Comune? Cinquanta o sessanta euro. Tanto sarebbero costati ciascuno, secondo il titolare di una nota enoteca del capoluogo, i cesti di Natale commissionatigli dall’imprenditore anche lui arrestato, per farli consegnare a Marino, al dirigente e al funzionario.
Mi colpiscono sempre i dettagli quando leggo un libro, un giornale, una rivista o un’Ordinanza di applicazione di misure cautelari, come mi è capitato di poter fare anche stavolta. Duecentodiciannove pagine più una in bianco. Ancora da scrivere, mi viene da dire.
C’è dentro la “maestosità delinquenziale” – così nell’atto firmato dalla Gip Alessia Stadio riguardo all’ovunque collaudato sistema di un cartello di imprese che si dividono le gare e gli incarichi sul verde pubblico qui e a San Nicola La Strada, contro ogni Codice -, ci sono i caratteri tipografici Arial e Garamond a distinguere le decisioni della Gip e le valutazioni della Procura della Repubblica. C’è quasi un affanno frettoloso a voler chiudere una partita di indagini avviata quattro anni fa. C’è qualche svarione nel confondere in un passaggio le figure dei due fratelli Biondi che governavano nei due Comuni molti procedimenti. C’è il tentativo – ridicolo, per non dire altro – di addossare da parte di due degli arrestati le colpe derivanti dalle accuse della Procura su una dipendente comunale di Caserta che morì molto giovane e per la cui scomparsa furono – allora, non più oggi – spese parole “istituzionali” di vibrante e profondo rammarico. C’è – come poteva mancare? – il riferimento ad un sistema illecito di favori chiesti e resi che regolava di passaggio pure l’accesso facile al rilascio delle carte d’identità in epoca di Covid, quando la gente comune sveniva e litigava in fila all’esterno degli Uffici dell’Anagrafe. C’è l’impunità nel dimenticare nelle carte ufficiali delle gare anche i pizzini utilizzati per regolarne l’andamento. C’è una infantile ossessione sull’essere intercettati, banalmente rimediata con un linguaggio criptico da operetta o provata a contrastare con i soldi dei contribuenti, come quelli da assegnare a chi poteva curare il verde in una villa privata. C’è perfino qualche necessaria trascuratezza – in queste carte – riguardo alle figure di alcune persone che compaiono nell’inchiesta, improvvisi ma non improvvisati comprimari in scena, come in uno spettacolo teatrale dal sicuro successo e dalle mille repliche passate, presenti e future.
E poi, fuori delle carte della magistratura, ci sono l’abituale teatrino del garantismo e dell’innocenza fino all’ultima sentenza passata in giudicato, della stanca richiesta di dimissioni avanzata dalla sola Lega al sindaco, la legittima preoccupazione del consigliere Donato Aspromonte su tutti i progetti finora governati dal dirigente arrestato che ora passeranno di mano per arrivare ad altri dirigenti (i pochi che restano intorno al sindaco), un tentativo bislacco di tenere “la politica” fuori da questi quotidiani magheggi come se non fosse stato da decenni verificato che ciò è impossibile a Caserta, le parole del sindaco Marino che “sapeva tutto” da 4 anni e a tutto ha rimediato. Invece, quel dirigente e quel funzionario erano lì in Comune al suo fianco. Sono rimasti lì. Se il Riesame lo consente, ci torneranno.
(Angelo Vitale)