“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. *

Mario Bologna: sì, mi ricordo

“Che ti devo dire?”: Mario Bologna cominciava spesso con queste parole, spezzandole con un mezzo sorriso amaro, ogni volta che lo interrogavo su qualcosa che riguardasse Caserta. E’ passato oltre un mese da quando è morto e, buon ultimo, voglio ricordarlo pure io. Ho letto su Facebook le parole di chi lo ha conosciuto e che ha così dimostrato di volergli bene o comunque di stimare la persona che è stato: Franco Capobianco, Tonino Maiello, un bellissimo post di Raffaele Piccirillo che vi suggerisco di rintracciare (anzi, ve lo linko qui, io l’ho letto e riletto più volte). In quel post, un commento con parole molto belle di Francesca Nardi.

Ho letto i siti web, ho letto gli articoli che gli ha dedicato Il Mattino. Ho letto un articolo de Il Napolista che solo su Il Napolista poteva uscire, accurato e centratissimo su ciò che Mario era stato.

Lo avevo conosciuto tramite Antonello Rossi, un altro che non c’è più. A La Mollica di via Tanucci veniva a cenare con Paolo Broccoli o con la moglie Giovanna, talvolta con loro c’era proprio un allora giovanissimo Raffaele Piccirillo.

Non posso considerarmi un suo amico, non avevo condiviso con lui nulla, prima di quelle serate. Quando lui stava con Bassolino in Regione Campania non ci eravamo mai incrociati. Ma sempre io rilanciavo a Caserta, dal Comune verso i giornali che non le avevano ancora ricevute, le note stampa condivise che lui scriveva o supervisionava a Napoli dopo gli incontri del sindaco Falco con il Governatore.

L’ultima volta, lo avevo incrociato in via Mazzini. Mi fermò lui, eravamo entrambi a piedi, io come al solito guardavo i messaggi del cellulare pure mentre camminavo. Andavo di fretta ma comunque gli chiesi qualcosa sull’attuale mondo dell’informazione, dopo avergli raccontato cosa avevo iniziato a fare da oltre un anno, collaborando con un giovanissimo quotidiano nazionale. Mi rispose come sempre, come ho scritto all’inizio. E poi tirò fuori dalla tasca dei pantaloni Il Foglio. “E’ l’unico giornale che riesco a leggere – mi spiegò – . Ovviamente non per la sua posizione politica, ma perché è l’unico che sta coltivando giornalisti che scrivono bene, che si informano. E’ l’unica strada da percorrere”.

Riavvolgo il nastro. Nell’ottobre del 2023 – ho qui sul cellulare i messaggi – gli girai su Whatsapp la foto di un vecchio numero de La Gazzetta di Caserta che era riemerso dal mio garage. Io avevo scritto “Tempi che non tornano”. “Certo che no”, la sua risposta.

Anni fa e anni fa, sempre con notizie di prima mano, mi aveva raccontato di aver appreso del “declino guidato” del settimanale L’espresso proprio dal direttore che era stato chiamato a dirigerlo. E poi si era dilungato a confortare la mia meraviglia con una spiegazione delle dinamiche editoriali, che ovviamente mi aveva lasciato a bocca aperta.

Ancora prima, una sera lo incrociai nel buio dell’esterno della Chiesa del Buon Pastore dove si svolgevano le Primarie del Pd che scelsero Carlo Marino come candidato sindaco. Restammo lì fuori quasi un’ora. Anche allora le sue parole, addirittura travalicando l’attualità di file di elettori dai rioni popolari di quella piazza, all’interno delle quali erano riconoscibilissimi esponenti di movimenti o partiti che certamente non erano vicini al Pd o a un possibile centrosinistra, superarono il giudizio su persone e situazioni. Ogni volta, Mario mi era utile a riappacificarmi con un’idea del possibile e un’idea dell’impossibile, senza essere divorato dal conflitto naturale che generano.

Non ho potuto parlargli di Vanvitel.li. Mi spiace.

(Angelo Vitale)

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