Il paradosso del rifiuto non è questione che tu – o tronfio pupazzo comunale munito di biglietto gratuito delle prime file anche in virtù del fatto che ti duole la fronte in almeno due punti da almeno due anni – avresti mai potuto avere l’intelligenza e l’onestà intellettuale di porre a Paolo Crepet.
Il paradosso del rifiuto è storico, ma non come quello di Zenone. Il paradosso del rifiuto è ingombrante almeno quanto il rifiuto stesso. Almeno come i due ingombranti che sono stato costretto da settimane ad addossare al muro del mio garage condominiale perché “la ditta incaricata” – che garbato termine! – dopo dieci telefonate a vuoto, una mail e una mia personale visita all’isola ecologica di San Benedetto – sì, lo so, a pochi passi dalla EdilMarzo finita in una interdittiva antimafia ma ora non vi fate fuorviare, seguitemi – mi ha assegnato un codice numerico e rinviato “a dopo Ferragosto per il ritiro”.
A quel punto ho capito che io e i miei due rifiuti ingombranti siamo meno importanti dei rifiuti ingombranti che ogni tanto Franco Tontoli fotografa per Il Mattino in via Graefer e in decine di strade e discariche abusive in città e che, dopo un po’ di giorni, “qualcuno” con una semplice telefonatina fa rimuovere perché la misura si è colmata.
Dovesse arrivare a giorni in città un giovane ufficiale della Guardia di Finanza di belle speranze, con il cappello d’ordinanza più alto di quello del comandante Piricelli, cercherò di porre la questione a lui, prima che stramazzi per il caldo dopo aver passato 5 minuti in un ufficio comunale “normale” e quindi arroventato, non dotato di aria condizionata da anni.
Che cacchio! A che serve una Commissione d’accesso se non risolve il mio problema e fornisce risposte alle mie domandine? Anche questo è un bel paradosso, a pensarci.
“Ti stai mettendo contro un’intera città sulle “questioni minime”, è mai possibile che non pensi a risolverle?”, ha detto da tempo al sindaco Carlo Marino un politico per bene. Non è servito.
(Angelo Vitale)
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